Fibromialgia: quando il corpo grida dal dolore

È conosciuta come la “malattia invisibile”. Non si vede, non lascia segni e non produce alcuna ferita sulla pelle. Eppure è una patologia fortemente invalidante, che colpisce le parti molli dell’apparato locomotore e spesso rende impossibile a chi ne soffre anche alzarsi dal letto. La fibromialgia è difficilmente diagnosticabile, ma colpisce circa il 4% della popolazione con una larga maggioranza di donne. E’ stata riconosciuta come malattia già nel 1992 dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS).

Cos’è la fibromialgia?

Viene descritta come un dolore cronico che colpisce i muscoli e i tessuti fibrosi (tendini e legamenti). Ma la fibromialgia può essere definita anche come ipersensibilità al dolore: è stato dimostrato che a fronte di uno stimolo doloroso il cervello produce una risposta maggiore, dunque un dolore molto più intenso di quello che si proverebbe in assenza della malattia. Inoltre il dolore persiste anche quando cessa lo stimolo che lo provoca.

Più che un disturbo muscolare, questa condizione si manifesta come assenza di attività analgesica a livello del midollo e del cervello, un’alterazione dei principali neurotrasmettitori collegati alla sensibilizzazione centrale.

La diagnosi sviluppata dalla ricerca medica è legata alla presenza di dolore in 11 punti sensibili del corpo su 13, collocati nella cervicale, nella schiena e nelle articolazioni, per almeno 3 mesi consecutivi. Il sintomo tipico è il dolore muscolare e tendineo, cui si accompagnano altri stati come disturbi del sonno, intorpidimento, fiacchezza, fino a vere manifestazioni di ansia e depressione.

Chi soffre di fibromialgia deve combattere quotidianamente con l’impossibilità di prevedere come sarà la sua giornata, a cui si aggiunge spesso l’incomprensione sociale. Le persone colpite dalla malattia devono fare i conti con la sensazione di sentirsi invisibili, quasi a dover giustificare una condizione che non producendo segni evidenti spesso viene scambiata per una malattia immaginaria.

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Le origini della fibromialgia

Diverse sono le teorie sull’origine organica o psicologica della fibromialgia. Molti attribuiscono alla malattia natura psichiatrica, anche se non vi è alcuna prova scientifica. Infatti, se è vero che circa la metà dei pazienti manifesta stati d’ansia, questo potrebbe anche essere uno degli effetti del forte dolore associato alla malattia.

Quello che è certo è che chi soffre di fibromialgia sperimenta una forte sensibilità agli stimoli sensoriali. E’ quanto è quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “Arthritis & Rheumatology”: la risonanza magnetica sui soggetti esaminati ha rivelato che le regioni di integrazione sensoriale cerebrali ricevono una stimolazione eccessiva rispetto agli stimoli sensoriali ricevuti. Inoltre, chi soffre di fibromialgia ha più fibre nervose sensoriali nei propri vasi sanguigni; questo porta ad un dolore intenso anche a seguito di uno stimolo lieve come il cambio di temperatura.

Sembra ovvio che anche gli stimoli emotivi, colpendo le fibre nervose, incrementano la sensazione di dolore. Anche lo stress allora porterà maggiore dolore; questo aggraverà una condizione di stanchezza e sofferenza che può portare alla depressione. Questo meccanismo porta ad un circolo vizioso: la patologia organica viene amplificata dal fattore psicologico.

Cosa bisogna fare?

Purtroppo non esistono ancora farmaci capaci di alleviare il dolore. Gli stessi antinfiammatori si rivelano inefficaci, perché riescono al massimo ad attutire momentaneamente la sensazione dolorora. Anche se non è una malattia degenerativa, tuttavia è una condizione cronica e chi la sperimenta dovrà farci i conti verosimilmente per tutta la vita.

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Anche se non ci sono cure definitive, è possibile ottenere una qualità della vita migliore. Un aspetto da curare è certamente il ciclo attività – riposo. Chi soffre di fibromialgia si stanca facilmente e questo porta ad un crollo che lo costringe a riposare anche per giorni, perché il dolore diventa insopportabile. Imparare a regolare il ritmo tra attività e riposo potrebbe alleviare i sintomi debilitanti. Un consiglio che spesso si dà in questo caso è quello di imparare ad ascoltare il proprio corpo e riconoscere i livelli di dolore, in una scala da 1 a 10. Non appena si avverte il raggiungimento di un livello intermedio di dolore occorrerebbe fermarsi, per evitare il picco che porterebbe al blocco totale per giorni.

La terapia psicologica 

Dal momento che lo stress e le emozioni negative aumentano la sensazione di sofferenza, alcune strategie psicologiche possono aiutare ad affrontare la malattia. La terapia psicologica può aiutare a gestire molti aspetti: accettare il dolore, assestare l’equilibrio emotivo, migliorare la qualità del sonno.

Il trattamento psicologico può essere orientato alla cura di sé: imparare a dire di no, dedicarsi di più a sé stessi, concedersi del sano riposo senza lasciarsi sopraffare dai sensi di colpa. Chi soffre di fibromialgia, infatti, tende ad annullare le proprie esigenze e a dare esclusiva importanza agli altri. L’impossibilità di onorare gli impegni si traduce in un senso di colpa che peggiora ulteriormente la malattia: uno degli obiettivi della psicoterapia è aiutare chi soffre a capire che riposare non vuol dire smettere di essere sé stessi.

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Rilassarsi e cercare la compagnia degli altri

E’ importante adottare un atteggiamento positivo rispetto alla malattia; evitare l’isolamento è il primo passo per accettare e trattare il problema. Può essere di grande aiuto cercare il confronto con persone che hanno la stessa malattia e possono assicurare comprensione.

E’ stato dimostrato che molte persone affette da fibromialgia avvertono meno il dolore quando sono più rilassate e in compagnia. Peggiorano invece la situazione lo stress, le preoccupazioni, le discussioni. Bisogna allora imparare ad ascoltarsi e diminuire le situazioni che peggiorano il dolore. Ad esempio, è utilissimo dedicarsi ad attività che possono aiutare a superare l’ansia: tecniche di rilassamento, nuoto, meditazione possono portare grandi benefici. Cercare occasioni di tempo libero, camminare all’aria aperta e cercare il contatto sociale, se non rappresentano “la” soluzione, aiutano a migliorare la qualità della vita.

Quello che è importante è non arrendersi e comprendere che l’aspetto psichico, se da un lato non è causa della malattia, può aiutare a gestirla. Dirsi che si può migliorare giorno dopo giorno può contribuire a dare una svolta concreta verso il miglioramento.

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Un articolo di Redazione Spazio Donna pubblicato il 07/01/2018 e modificato l'ultima volta il 27/09/2018